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Roberto Crippa, che ebbe come docenti Aldo Carpi, Carlo Carrà e Achille Funi, terminò gli studi all’Accademia di Brera nell’anno accademico 1947/48. Immediatamente vince il Premio Hayez. Nel ’48 è presente alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano. Nel 1950 l’amicizia con Fontana si concretizza con la firma alla Proposta di un regolamento del movimento spaziale poi, negli anni successivi, nuovamente aderisce al Manifesto dell’arte spaziale e al Manifesto del movimento dell’arte spaziale per la televisione. Nel 1951 espone a New York da Alexander Jolas, uno dei maggiori galleristi di livello internazionale con sedi in diverse capitali europee. Crippa, quindi, appena finiti gli studi, raggiunge in tre, quattro anni ciò che molti artisti non raggiungono in un’intera vita. Un successo che è proseguito fino alla sua precoce morte in un incidente aereo. Senza cadere in facili parallelismi, resta però valida l’indicazione che la vita dell’artista ci offre per confermare alcuni caratteri riscontrabili nel suo lavoro artistico. La passione per il volo, che Crippa perseguirà fino a divenire un campione delle specialità acrobatiche, e che mai verrà meno nonostante due precedenti infortuni, uno dei quali lo costringerà in un letto d’ospedale per diversi mesi. Il carattere più che esuberante, già manifestato ai tempi dell’Accademia come ricorda Baj1 o, come scrive Ballo: “aggressivo fino alla provocazione spavalda”2. Tutto ciò si concilia con l’irrequietezza che in arte vediamo tradursi in una vocazione sperimentale. Una sperimentazione dalle veloci intuizioni e dalle altrettante rapide realizzazioni, coraggiosa e ansiosamente ribelle, che lo ha premiato, ma anche penalizzato. E’ di anni relativamente recenti la riscoperta e valorizzazione del lavoro di Crippa, lasciato ingiustamente in ombra dopo una vita di affermazioni. Immediatamente dopo la guerra, ancora studente all’Accademia di Brera, dipinge tele fortemente influenzate dal cubismo e da Picasso, come del resto gran parte dei pittori italiani di quegli anni. Lavori che, in ogni modo, già possiedono delle qualità assai superiori a quelle che ci si attenderebbe da uno studente. Qualità confermate anche nel breve periodo di astrazione geometrica, concentrato prevalentemente nell’anno 1950. Una soluzione che, in parte può ritenersi coerente con il superamento dei canoni cubisti ma, sopra tutto, stimolata e confortata dal M.A.C.: quel Movimento Arte Concreta che ha il proprio centro propulsore a Milano, nella sede della Libreria Salto. Qui ebbe inizio nel 1948 e terminò nel ’58, la vicenda di un movimento che seppe relazionarsi con le migliori esperienze dell’astrazione condotte da artisti italiani e stranieri. In particolare nei primi anni, tra il ’48 e il ’52, il M.A.C. poteva certo apparire a un giovane artista come una via innovativa, specialmente per l’ambiente artistico italiano. Ha poi ragione Caramel, quando ricorda i contatti e le reciproche appartenenze tra artisti del M.A.C. e il Movimento Nucleare3, galvanizzato dai due promotori Baj e Dangelo. E’, infatti, assolutamente indispensabile comprendere come le distinzioni che oggi storicamente applichiamo ai diversi gruppi, non impedivano, all’epoca, contatti, confronti, motivazioni, in relazione alle consonanze o dissonanze delle idee sul cosa fare in arte. Matura dunque in questo contesto la successiva e importante svolta nel lavoro di Crippa. L’artista è in un momento delicato del suo percorso professionale, infatti, alle soglie dei trent’anni ha dimostrato qualità e iniziativa, tuttavia non emerge ancora per una personale soluzione pittorica. Due circostanze, differenti tra loro, si rivelano più decisive di altre nella determinazione delle “spirali” e nella concezione che di loro aveva l’artista, senza per questo sottovalutare alcuni altri dati che sono parte integrante della cultura di Crippa. Per prima cosa c’è da considerare l’amicizia e l’influenza di Fontana. I discorsi di Fontana sullo spazio, su come l’artista poteva individuarne nuove dimensioni, immagini inedite, unitamente alla sua ammirazione per il Futurismo, e dunque il dinamismo, l’entusiasmo per tutto ciò che l’arte e la scienza dischiudevano all’uomo contemporaneo, non potevano che affascinare Crippa. A questa idea di uno spazio al di là della pittura e ai primi “concetti spaziali” realizzati da Fontana, si aggiunge la forte impressione dei Pollock della collezione Guggenheim visti alla Biennale di Venezia nel 1948 e, ancora, nel 1950 la mostra dell’americano alla Galleria del Naviglio di Milano. A queste sollecitazioni – di più immediato riscontro formale con l’azione gestuale di Pollock e le sue stratificazioni segniche; di contenuti e intenzionalità in una prospettiva spazialista in consonanza con l’esempio di Fontana – si aggiunge quella vena di surrealismo che aveva in comune con gli amici Baj, Dova, Peverelli. Un’attrazione che dai maestri dell’avanguardia come Max Ernst e Mirò, si estenderà ai più giovani Brauner, Lam e Matta, conosciuti poi da Crippa direttamente tanto da stabilire un rapporto d’amicizia. Un’influenza, particolarmente di questi ultimi, segnalata con forza da Alain Jouffroy: “Non sarebbe possibile capire l’evoluzione di Crippa, Dova e Peverelli, se non si fosse capita anzitutto la funzione di fari, di iniziatori, che questi tre pittori surrealisti hanno avuto per loro”4. L’angolazione surreale è la costante di Crippa, anche se non sarà mai possibile costringere il suo lavoro nell’esclusiva definizione di surrealista. Contrariamente a quanto è possibile riscontrare nel dichiarato legame con quell’avanguardia del suo amico Dova, come di Peverelli, in Crippa invece, ad eccezione di qualche singolo quadro e della scultura, l’impronta surreale rimane all’interno di una sensibilità che traspare, senza tradursi in un linguaggio esplicito. Le “spirali” hanno certo un debito anche con l’automatismo surrealista ma, come per le altre fonti ricordate, sono altra cosa, immerse in una concezione spaziale che Fontana rivolge oltre la superficie, verso una tridimensionalità indeterminata, mentre in Crippa il concetto di spazio tende a un riscontro visivo immediato, con un’immagine che si colleghi all’azione, alla dinamica di un gesto e di un’idea. Il bisogno di presenze concrete, anche se sature di evocazioni suggestive, si afferma nuovamente con le opere polimateriche, i sugheri e i collage, che distinguono l’altro dei suoi periodi più validi e intensi. Ancora, in questo caso, si può citare il dadaismo, da Schwitters ad Arp, o i più vicini New Dada e Burri, come è stato fatto nelle tante letture critiche. L’unico effettivo rapporto sono però i materiali: reperti grezzi riportati direttamente su una superficie. Le intenzioni e i significati considerati dall’artista sono assai distanti da quei modelli. Non a caso, negli anni appena precedenti, tra le spirali e i polimaterici, si trovano i totem, un richiamo alla parte magica e rituale delle culture così dette primitive. I sugheri fissati a una tavola, ruvidi e tenebrosi, sono un forte richiamo ad aspetti primari della natura e dell’inconscio. La qualità di questa serie di opere, la potenza espressiva che possiedono, sta nella riuscita combinazione tra l’esibizione di una fisicità estrema e la stimolazione di un’oscura memoria. La materia, da immobile e silenziosa, assume la funzione di rimando evocativo verso un immaginario ricco di spunti. Crippa si avvale di questi materiali inerti per proporci prevalentemente personaggi e paesaggi, figure e orizzonti che, da un lato sono sovrastati dallo sbarramento dei materiali stessi, dall’altro rivelano una straordinaria movimentazione di memorie, metafore, figure inattese. E’ questo aspetto di trasfigurazione dei materiali che Michel Tapié definisce “metafisica della materia”5, citando la “magia” e il “mistero” che distinguono le opere polimateriche. Opere che hanno suggerito a Ballo l’immagine di una “scoperta del primitivo che vive dentro di noi come una foresta in cammino”6. Sono pertanto lontani i problemi esistenziali tra materia e coscienza di Burri, come è distante la ricognizione sul quotidiano con oggetti comuni e codificati di Rauschenberg e Johns. I sugheri e i collage di materiali vari che danno corpo alle anomale figure e alle ravvicinate prospettive dei paesaggi di Crippa, hanno un’immediata cadenza drammatica e una successiva percezione di profondità. Un’apertura procurata da quel sostrato di surrealtà che appartiene all’artista. Uno sguardo che in queste opere fa della materia un insieme di idee e del silenzio che le pervade il luogo originario del discorso.
Giovanni Maria Accame
  La Galleria ha ospitato di Roberto Crippa
  Composizione
  Confronto
  Galassie
  Il sogno di Icaro
  La fenetre
  Landscape
  Landscape
  Landscape
  No exit
  Personaggio
  Senza titolo
  Senza titolo
  Senza titolo
  Senza titolo
  Spirale
  Spirali
  Spirali
  Spirali
  Testa alla finestra
  Testa
  Tiahvanaco
  Totemico
  Vol de la mateìre
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