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La storia artistica di Romano Bertuzzi,
piacentino, ha una sua atipicità che va rimarcata perché il suo lavoro
attuale va compreso all’interno di una poetica estremamente rigorosa e
particolare. Bertuzzi ha fatto negli anni ‘90 la scelta di dedicarsi ad
una forma di ragionata opposizione alla civiltà tecnologica e dei
consumi. La sua preoccupazione consisteva nel tentativo di preservare
alcune coordinate speciali della sua condizione antropologica e in
primo luogo il sapere materno. Questo consiste non soltanto nel
rapporto personale e diretto con la prole, un dato in sé del tutto
biologico, ma soprattutto in una trasmissione di conoscenze che sono il
vero legame antropocentrico con la Terra, con la Natura. L’origine
contadina quindi viene vissuta dall’artista come un valore da
conservare e diffondere, anche in opposizione invece ad una società che
livella gli stili di vita, i comportamenti e anche le abitudini in
campo alimentare. L’arte per Bertuzzi, e per gli artisti che hanno
fatto una scelta analoga, è stato un momento importante non di ricerca
del nuovo a tutti i costi, ma un recinto in cui coltivare i frutti
della tradizione, i saperi di una cultura contadina tra Emilia e
Lombardia, che hanno continuano ad avere un senso, nonostante i
tentativi di metterli da parte. L’arte contemporanea vive anche di
questi momenti in cui essere conservatori vuol dire proporre nuove
modalità di comportamento. Bertuzzi ha fatto realizzare vere e proprie
performance anche alla madre, facendola cucinare o fare il pane, cioè
compiendo atti che ripristinano un legame tra l’uomo e i suoi alimenti.
Tracce di un poieo in cui il fare si sposa al sapere. Inoltre l’artista
ha “recitato” anche in prima persona il ruolo di un uomo della pietra,
di un rude e semplice abitante delle pianure primordiali. La sua
provocazione portata in tutta Europa, aveva un senso preciso nel
proporsi come diverso, come colui che non vuole scindere i legami con
la terra e la sua tradizione. Madre e Terra sono le parole chiave della
sua poetica e muse ispiratrici del suo lavoro. Invece il lavoro attuale
è un ritorno all’opera, apparentemente ad una formula compiuta e più
consona alla pratica quotidiana dell’arte. Ma anche in questa svolta a
cui si dedica negli ultimi anni, Bertuzzi ha saputo conservare la
freschezza e l’originalità del suo lavoro performativo. Infatti
l’artista piacentino è passato ad una meticolosa tecnica del disegno in
cui rappresenta fondamentalmente o alberi o di mucchi di sassi. Due
caratteristiche del territorio del Po e della fascia di pianura
limitrofa, ma anche due esempi di caratteristiche dello sguardo comune
sul mondo. Quindi il suo spostamento verso il paesaggio e verso il
disegno sono sempre insite all’interno della poetica iniziale, ma con
un passaggio verso l’icona, verso alcune immagini simboliche.
L’estrema capacità tecnica, in cui Bertuzzi eccelle come pochissimi in
Italia, e che richiama gli erbari rinascimentali per l’acutezza del
dettaglio, fa di questi lavori un unicum che va compreso e non solo
ammirato. Quello che dobbiamo tenere presente per comprendere questi
disegni di una natura ipostatizzata, è che l’artista in questo modo
recupera con intelligenza, un altro dato antropologico fondamentale: il
tempo. Le ore e i giorni di lavoro che impiega per realizzare queste
composizioni chiare e metafisiche, diventano una componente dell’opera.
Il tempo è proprio ciò che maggiormente si è modificato nel passaggio
tra un’economia contadina e una metropolitana. Il tempo è ciò che manca
sempre ad una cultura basata sulla velocità e sugli affari. Invece
Bertuzzi lo adopera e lo dissipa in modo cosciente e progettuale: il
suo è un vero e proprio dono, antropologicamente parlando, perché non
viene adoperato per trasformarsi immediatamente in denaro. Il tempo
della cultura non è equivalente a quello del mercante. Se dovessero
essere valutati in ore di lavoro, queste opere costerebbero cifre
impensabili.
Questa dimensione concettuale fa sì che questa mostra abbia le
caratteristiche di un modo molto contemporaneo da parte di un artista
di comunicare un lavoro in cui la dimensione mentale e quella manuale
trovano una sintesi perfetta. E il fatto stesso che l’artista abbia
saputo nella sua storia personale e artistica affrontare forme di
espressività diverse, con ottimi risultati ovunque si sia messo alla
prova, dà una connotazione di scoperta nei confronti di un artista
originale. Inoltre questi disegni hanno una loro spettacolarità che
salta agli occhi di tutti. Nel rigore di un bianco e nero che ha
morbidezze inattese, Bertuzzi mostra il suo mondo duro e compatto, ma
aperto al mondo e agli altri. La sua storia è tutta qui, in questa
semplicità riconquistata e duramente difesa.
Valerio Dehò
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La Galleria ha ospitato di
Romano Bertuzzi |
DiPaoloArte; Galleria Falcone -
Borsellino,
4a/b - 40123 Bologna; Tel./Fax.: +39 051 225413
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