Di Paolo Arte Bologna| prorogata al 6 gennaio 2019

Mostra di SERGIO ROMITI

“Il nulla delle cose”

in collaborazione con la Galleria Forni

Le mie strisce riflettono lo stridore e gli arresti improvvisi della nostra vita moderna”.

È un’annotazione di Sergio Romiti riferita alle Composizioni che accompagnano la fase matura della sua ricerca sulla consistenza “fisica” della pittura, del gesto che da sempre ha animato il senso del suo modo di praticare l’arte.

“Cauteloso, amaro”, lo vedeva Arcangeli nel  ‘54; raffinato e separato da ogni koiné consolatoria e da ogni militanza, Romiti si avvicina giovanissimo alla pittura – nasce a Bologna nel 1928 – nel tempo difficile dell’immediato secondo dopoguerra contaminato da tanti, troppi assilli alla ricerca, diventa testimone di un percorso creativo che lo porta ad essere “pittore dell’insicurezza – sono sempre sue annotazioni –, dell’equilibrio minacciato, anche in senso formale (oggetti che cadono, ecc.)”.

Per rendere l’idea: un Morandi per il quale la consistenza degli oggetti dubita di se stessa; che nega a se stesso ogni aristocratica separatezza; che non cerca nelle “cose” nessun riscatto.

Il suo “ultimo naturalismo” è espressione di una tensione esistenziale lacerante, una comunicazione imprevista e insanabile con un abisso che si disegna fra astrazione e realtà, tra colore e oggetto. Dalle Macellerie ai Tavoli, dalle Nature morte alle Mensole, si assiste alla dispersione del “segno” che conduce alle Composizioni, campi di tensioni superficiali animate da bagliori violenti, malati, che non vuole smarrire la realtà. Una realtà, un senso della durezza fisica del mondo, che tuttavia non può ridursi a fatto formale, né ancor meno a mimesi di un evento esteriore.

Questi registri del dramma di un colore che nomina l’universo dei conflitti che operano nell’animo di un artista tanto corrosivo quanto riservato sono al centro della mostra da me curata per le Gallerie Forni e Di Poalo che con quasi quaranta opere tra tele, acquerelli e disegni esposti contemporaneamente in due gallerie della città, cercano di riportare lo sguardo su un artista amato quanto sfuggevole, colto e ricco di spunti, dagli appunti pubblicati da G. Accame, allo strazio doloroso delle ultime opere.”

(Beatrice Buscaroli)