Nato a Bologna nel 1928, già nel 1946 si dedica alla pittura. Non ha mai avuto pretese né realiste né astrattiste. Rimane alla ribalta della scena artistica italiana - partecipando a tutte le Biennali d’Arte Contemporanea di Venezia degli anni ’50- fino al 1965, anno in cui decide di smettere di dipingere. Non riuscirà a mantenersi coerente col suo intento e riprenderà con produzioni numericamente inferiori, portando alle estreme conseguenze il suo percorso artistico già profilato e concettualmente concluso nel 1965. Partito da un neo-picassismo personalissimo , Romiti risente del codice espressivo e poetico del suo concittadino Giorgio Morandi. Pittore di difficile interpretazione lo si può situare a metà fra Morandi e l’informale. Infatti la sua arte utilizza la metafora dell’oggetto come pretesto: l’oggetto d’osservazione è riproposto nelle opere filtrato da una dimensione mentale che ha la meglio su ciò considerato punto di partenza. L’oggetto riproposto è come distillato e presentato con un profumo acido, che rende sinesteticamente l’attacco dissolvente perpetrato all’oggetto. In seguito, la struttura si perde, la distinzione oggetto- sfondo inizia a essere meno netta, la carcassa oggettuale va allargandosi e distillandosi. La sottrazione, oltre all’oggetto, inizia a riguardare anche i colori, dove l’oggetto è riassorbito dallo sfondo, dall’oggetto si è passati al nulla, le morbide pennellate sono portatrici di un ph basso.